Cura

Nuove Cittadinanze

nuove cittadinanze ferrara

Abstract.

Nuovi abitanti, vecchi residenti a Ferrara nel Quartiere Giardino – GAD, il contesto urbano ferrarese che maggiormente presenta sia condizioni di difficoltà e degrado, sia straordinarie misure di controllo e sicurezza, operate, oltre che da Polizia e Carabinieri, anche da forze speciali dell’Esercito Militare.

Cosa fare per approcciare e affrontare l’emergenza microcriminalità-immigrazione nei quartieri della nostra città?

Tempo di lettura 10 minuti – n. pp 05

Insieme a crisi, la parola emergenza è una delle parole preferite dal sistema politico e quella di vivere in stato di emergenza è divenuta una condizione trainante e strutturale per il sistema economico-finanziario di molti Paesi, incluso il nostro, che ormai da decenni si trova impegnato a fronteggiare sempre nuove emergenze economiche, sociali, ambientali e ora anche sanitarie-sicuritarie.

Quella che viene chiamata “emergenza immigrazione” è un fenomeno nuovo ed epocale prodotto da una serie di grandi crisi umanitarie non provocate da fenomeni di origine naturale, ma da cause di origine artificiale, come dominazioni, sfruttamenti, conflitti e guerre che colpiscono milioni e milioni di persone in aree geografiche vastissime che vanno dall’Africa centrosettentrionale a tutto il Medio Oriente e che poi coinvolgono territori limitrofi ancora più ampi estendendosi all’Italia, ai Paesi del Mediterraneo e dell’Unione Europea.

Così come andrebbe ridefinito semanticamente il concetto di emergenza, sarebbe anche da ridefinire il processo migratorio come una vera e propria fuga da parte di popolazioni civili da un vastissimo fronte di destabilizzazione prima economica, poi religiosa e infine terroristico-militare.

Finchè non si è disposti ad accettare il fatto che gran parte di quelli che vengono erroneamente definiti emigranti in realtà sono profughi di guerra diretti o indiretti, non saremo mai in grado di approcciarci nel giusto modo ai problemi generati da una crisi umanitaria di tal genere, importanza e vastità.

Gli unici elementi di riferimento storico che abbiamo a disposizione riguardano le conseguenze subite dai popoli europei durante le grandi guerre mondiali e gli strumenti di cui dovremmo vantarci di disporre dovrebbero essere quelli storici e culturali, ma quando a dominare sono logiche di mercato e di marketing politico, l’emergenza diventa pretesto utile per ogni tipo di speculazione farcita di retorica e di sensazionalismo mediatico.

A Ferrara l’emergenza del momento è la microcriminalità legata per lo più al traffico e al consumo di stupefacenti e sembra cosa nuova che venga da fuori, dall’Africa e che riguardi solamente gli spacciatori neri africani, solo la Zona GAD e solo la vendita.

Ma gli “spaccini negri” a chi vendono e spacciano la droga? Spacciano forse ad altri neri e solamente sotto al grattacielo? O a comprare sono soprattutto italiani, ferraresi, di pelle bianca e ovunque, non solo in zona stazione-grattacielo-stadio, ma anche in pieno e pienissimo centro storico?

Non sarebbe allora da includere come parte integrante del problema anche la condizione sanitaria che riguarda centinaia, forse migliaia, di cittadini ferraresi che regolarmente fanno uso di vari tipi di stupefacenti e che si riforniscono anche da loro in qualunque ora e luogo della città?

Cosa rivelerebbe un’indagine su quale e quanta droga viene consumata abitualmente a Ferrara, sui suoi consumatori, su come questo influisca nelle dinamiche sociali e sul criminale giro d’affari? E questo giro d’affari sarebbe forse interamente gestito dalla manovalanza che scende in strada a spacciare in bicicletta e ciabatte infradito?

Cosa nuova che sembra non ci sia mai stata, soltanto perchè nessuno è più disposto a ricordare episodi eclatanti come gli scatoloni di siringhe offerte gratuitamente dalla disperazione dei farmacisti a centinaia di tossicodipendenti ferraresi al 100% che si sono mantenuti per lunghi e penosi anni a carico dei concittadini con borseggi, scippi, furti di autoradio, (vere e proprie razzie durante le partite della Spal al Paolo Mazza…a proposito di nuovo e vecchio Stadio Comunale), o la Sala K dell’allora Arcispedale S.Anna strapiena di giovani tossicodipendenti gravemente ammalati, o come i clamorosi fatti relativi a quella che venne chiamata la Coca Connection Ferrarese e che vide coinvolti rappresentanti e dirigenti delle Forze dell’Ordine locali in uno scandalo senza precedenti quando quella da fronteggiare ai tempi degli anni Settanta e Ottanta era l’emergenza droga e di nero in giro c’era soltanto l’umore collettivo e i titoli delle cronache quotidiane che riportavano anche casi di violenza sessuale e omicidi di prostitute, mai più verificatisi.

Se si decidesse di fare uso anche della memoria da parte di coloro nati, cresciuti e tuttora residenti in quel Quartiere Giardino che ha sempre aspirato a divenire tale per sè e per la città, ma che, per una ragione o per l’altra, non lo è mai diventato, sarebbero ancora di più i motivi per affrontare il presente senza dimenticare la realtà che il quartiere ha assunto nei decenni precedenti prima di giungere ad essere quella che viviamo e vediamo attualmente.

Ferrara sta cambiando sotto i nostri occhi ormai da decine di anni, ma noi ferraresi, anziché cooperare per l’integrazione di queste ed altre piccole minoranze, sembra che dobbiamo per forza assumere l’atteggiamento automatico, ipocrita e vigliacco di chi li deve assolutamente giudicare e trattare male solo dopo averli usati per badare a un anziano genitore, per farsi rifare i travoni a vista in mansarda, le pulizie in casa o in ufficio, per trascorrere qualche minuto in compagnia di una prostituta o per fare un fischio in strada ed ecco arrivare la pizza, un kebab o la droga.

Si è parlato del grattacielo e della stazione ferroviaria come di aree urbane inaccessibili; dei giardinetti della ex Standa come di un ufficio di collocamento per le badanti russe, moldave e ucraine; del Barco e di via Oroboni come di una casbah, ma ad essere parlate per strada, nei mercati, nei negozi, nei ristoranti, dentro o davanti alle scuole sono le lingue di tanti africani, arabi, molti albanesi e rumeni, moltissimi cinesi e pakistani e pochi ferraresi: il dialetto è quasi scomparso e un bel “maial” con tripla ellle è divenuto ormai, questa sì, la vera epifania quotidiana.

Però che belle che sono diventate le domeniche mattine del Quartiere Giardino quando i componenti delle famiglie africane appaiono in strada pulitissimi, elegantissimi, vivacissimi e in ordine decrescente, adulti, ragazzini, bambine, bebè in passeggino, per dirigersi verso qualche vecchio edificio riutilizzato come chiesa dove si prega cantando come in uno show dal vivo e dove si pranza tutti insieme… e che belli che sono diventati i venerdi pomeriggio quando la scena urbana è dominata dagli arabi musulmani che, avvolti nelle loro tuniche immacolate, si recano alla preghiera in una qualche piccola moschea: se si dovesse decidere di rivolgersi anche solo ad uno di loro con un normale saluto, pur correndo il rischio di essere accusati di complicità con il terrorismo, il luminoso Che la Pace sia con Te che ne riceveremmo di risposta ci riparerebbe da ogni accusa.

Ci troviamo a fronteggiare un’emergenza civica legata a concetti e fenomeni che tutti pensiamo di avere ben presente: immigrazione, diritti, sicurezza, degrado, ordine pubblico, violenza, criminalità, ma che analizziamo in maniera superficiale, miope e ipocrita, parlandone perlopiù solo in negativo, a una sola voce e senza vie d’uscita, rifiutandoci a priori di considerare contemplabili e praticabili anche i concetti opposti e contrari di accoglienza, accettazione, convivenza, tutela, dignità, socialità, pace, benessere.

Non si tratta solamente di invitare ad ampliare democraticamente i punti di vista, provando a dare voce a chi non ce l’ha o ce l’ha raramente, ma anche di capovolgerli, iniziando a farsi qualche domanda alla rovescia.

Perchè sono in pochi a parlare delle cause delle guerre che provocano la fuga delle masse di profughi e ancor meno a parlare di chi ne trae reale, effettivo e quantificabile guadagno? Perchè nessuno rivela chi è da ritenersi responsabile di quelle cause?

Cosa abbiamo lasciato noi italiani in eredità nei territori di loro provenienza?

Cosa è successo dove e quando siamo arrivati noi come masse di emigranti o reduci di guerra?

A monte del problema, andrebbe raccontata la storia di violazioni, abusi, sfruttamento, violenza e guerre le cui conseguenze sono quotidianamente sotto i nostri occhi ma la cui vera origine e finalità non raggiunge quasi mai la nostra conoscenza e la nostra coscienza.

A valle del problema cioè nei quartieri della nostra città “invasi” dagli stranieri, dovremmo interessarci anche di cosa succede di positivo, di bello, di significante, ma ci ritroviamo che nemmeno sappiamo davvero chi sono, da dove e come diavolo abbiano fatto ad arrivare fin qui i nostri sempre più numerosi nuovi concittadini e corriamo il rischio di non conoscere e riconoscere neanche il numero e l’esempio di tutte quelle famiglie ferraresi che hanno desiderato adottare figlie e figli provenienti dai più disparati angoli della terra e che compongono un nuovo tessuto sociale di straordinaria importanza civica, etica e morale. Alimentando la paura, soffiando sul fuoco di un’insofferenza diffusa verso gli stranieri, trasformando le questioni migratorie nel problema ossessivo dei clandestini, il sistema politico, non diversamente da gran parte dei media, ha voluto facilmente guadagnare consensi. Il risultato è che i migranti (e figure analoghe come i rom, i sinti e anche cittadini comunitari di paesi come la Romania) sono ormai individuati quali cause principali del disagio diffuso. Benché i reati più gravi siano in diminuzione dagli inizi degli anni Novanta (omicidi e rapine si sono pressoché dimezzati, mentre scende costantemente il numero delle violenze personali), la presenza degli stranieri tra gli autori di reati minori magnetizza l’interesse dei media, l’attività legislativa e amministrativa del governo, delle regioni e dei comuni.

Il risultato di questi processi è la presenza nel paese di circa quattro milioni di persone sostanzialmente escluse da qualsiasi prospettiva di cittadinanza e oggettivamente tenute in una condizione di sospetto. Quando uno straniero è implicato a vario titolo in un caso di cronaca nera, è considerato a priori colpevole dai media. Quando, come per lo più accade, viene scagionato, è rarissimo che la stampa, anche quella che si vanta di essere indipendente, riconosca i propri pregiudizi. E ciò d’altronde sarebbe impossibile, perché è proprio la stampa a “costruire” incessantemente la figura dell’immigrato minaccioso e criminale. Non si tratta dunque di errori, ma di uno stile prevalente, di un modo corrente di presentare i fatti, di dare rilevo alle notizie e perfino di titolare gli articoli, da cui, inevitabilmente, lo straniero risulta sempre l’indiziato principale e quindi la materializzazione di una minaccia.

Un’analisi di questi fenomeni che non si limiti a una mera denuncia deve tener conto di un paradosso evidente. Da una parte, cresce apparentemente la xenofobia e la maggioranza dell’opinione pubblica si dichiara ostile ai migranti. Dall’altra, il loro numero cresce costantemente. Se alla fine degli anni Novanta, erano circa un milione e mezzo, dopo dieci anni sono diventati quattro milioni. Il paradosso consiste nel fatto che la crescita degli ultimi anni è avvenuta in un periodo in cui è stata al potere quasi esclusivamente la destra. In altri termini, l’atteggiamento xenofobo della destra e le misure contro marginali e clandestini e così via non impediscono un sostanziale assorbimento degli stranieri negli interstizi della società italiana e nelle fasce marginali del mercato del lavoro. Un paese in cui il valore aggiunto dell’economia sommersa rappresenta circa il 20% del Prodotto Interno Lordo ha incessantemente bisogno di forza lavoro mobile, sottopagata e che non avanzi rivendicazioni. Da questo punto di vista, gli stranieri costituiscono un serbatoio di lavoro a “disposizione” di un’economia sostanzialmente anomala, rispetto agli standard degli altri paesi sviluppati. Ed ecco, allora, perché in Italia si muovono centinaia di migliaia di persone contemporaneamente prive di diritti e indispensabili al funzionamento della macchina sociale.

Nonostante proclami, sbarramenti, impedimenti e chiusure, gli stranieri giungono costantemente in Italia. Ma devono superare ostacoli di ogni tipo, affrontare viaggi rischiosi, con un alto tasso di mortalità, e accettare comunque una posizione subordinata e marginale nella società di approdo. È questa doppiezza che spiega in parte la politica nei confronti di paesi come la Libia, la Tunisia e l’Albania. Da una decina d’anni, ogni governo italiano ha stipulato trattati con tali paesi per l’espulsione degli immigrati clandestini e l’apertura di centri di detenzione nei paesi delle rive sud ed est del Mediterraneo. Oggi, una catena di centri, veri e propri avamposti o fortini europei (anche se gestiti dai governi locali), si stende lungo un arco che corre dal Marocco, alla Libia e all’Egitto, con l’obiettivo dichiarato di bloccare soprattutto l’immigrazione dall’Africa subsahariana e l’emigrazione verso l’Europa. Inoltre, forze navali congiunte, europee e non, pattugliano sia il Mediterraneo, sia le acque internazionali di fronte alle Canarie e allo stretto di Gibilterra. Quello che è sempre stato l’intervento diretto per appropriarsi delle loro risorse oggi è divenuto il tentativo di impedire ai poveri di sfuggire alla povertà. Soddisfa le ossessioni di un paese che scarica sugli stranieri e sui migranti le proprie ansie profonde, la paura della globalizzazione e l’incertezza del futuro. Fin quando questo processo non sarà interrotto il Mediterraneo italiano non sarà uno spazio di circolazione di idee e visioni del mondo, di speranze ed esperienze culturali, ma di guerra contro i poveri e gli stranieri e la nostra città continuerà a riflettere questa logica applicandola alla prassi di gestione politica e amministrativa in maniera univoca e unilaterale.

L’invito a partecipare è lanciato: con questo appello spero di raggiungere altre persone, di qualsiasi condizione, nazionalità o provenienza che intendano aggiungere una risposta civica alle urgenti problematiche sociali attraverso quelle nuove forme di cittadinanza attiva suggerite dalla logica del buon senso, imposte dal presente del nostro tempo e confermate dalla realtà della nostra città per trovare insieme nuove risposte alla domanda: Cosa fare per approcciare e affrontare e l’emergenza microcriminalità-immigrazione nei quartieri della nostra città?

a cura di Franco Ferioli (Gruppo Cura CORPI).